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		<title>Associazione Marmisti Lombardia</title>
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		<generator>EBA-News 1.1.1 Final</generator>

		<item>
			  	<title>ACCORDO DI COLLABORAZIONE TRA MOSAICO PROGETTUALE E ASSOCIAZIONE MARMISTI LOMBARDIA </title>
			  	<description>L&#146;associazione Mosaico Progettuale e l&#146;Associazione Marmisti della Lombardia&nbsp;hanno concluso un accordo di reciproca partecipazione per promuovere la conoscenza, l&#146;uso consapevole e responsabile della pietra naturale&nbsp;nella progettazione degli spazi aperti e del paesaggio. &nbsp;L'intesa sancita dai rispettivi presidenti che prevede il reciproco scambio di adesioni &egrave; avvenuta ufficialmente durante l'Assemblea Generale Annuale dei marmisti che si &egrave; tenuta lo scorso 1 Giugno nella sala consiliare del comune di Viggi&ugrave; alla presenza del sindaco. </description>
			  	<content:encoded><![CDATA[<p>Un luogo ad alto valore simbolico per la storia plurimillenaria dei marmisti lombardi&nbsp;che dal medioevo hanno esportato in tutto il mondo l&#146;arte della lavorazione della pietra.&nbsp;<br />
Per riprendere questa antica tradizione nel solco degli antichi scalpellini &egrave; stato visitato l&#146;adiacente atelier dello scultore Virginio Gussoni che con il figlio &egrave; l&#039;ultima dinastia ancora attiva di scalpellini viggiutesi,&nbsp;il Museo dei Picasass guidati da uno dei suoi fautori, l&#146;ex scalpellino Giovanni Molina e infine il&nbsp;civico Museo Butti (Viggi&ugrave;, 3 aprile 1847 &#150; Viggi&ugrave;, 31 gennaio 1932) guidati dal&nbsp;suo custode Francesco Rizzi. Questa tradizione culturale, artigianale e artistica &egrave; la radice che non vogliamo sia persa nel mondo industriale moderno.<br />
Mosaico Progettuale &egrave; un&#146;associazione di promozione sociale con sede a Varese che&nbsp;organizza, dal 2008, eventi di approfondimento sul tema della cultura del paesaggio e&nbsp;sugli strumenti a disposizione del progettista e di chi si occupa a vario titolo degli spazi&nbsp;aperti e delle aree verdi. &nbsp;<br />
L&#146;Associazione Marmisti della Lombardia promuove dal 1996 la conoscenza della&nbsp;pietra naturale della Lombardia e dei suoi maestri attraverso il web, la carta stampata, la&nbsp;partecipazione alle fiere in Italia e all&#146;estero, l&#146;organizzazione di convegni e visite,&nbsp;l&#146;aggiornamento sulla normativa vigente. &nbsp;</p>

<p>La partnership fra Mosaico Progettuale e Associazione Marmisti della Lombardia si&nbsp;&egrave; gi&agrave; rivelata in pi&ugrave; occasioni.&nbsp;<br />
- Convegnistica: Fra i traguardi raggiunti insieme fino ad ora,si segnalano il convegno &#147;Made Expo&#148;&nbsp;organizzato dall&#146;Associazione Marmisti della Lombardia alla Fiera Milano Rho il 5 febbraio &nbsp;2010 e la giornata di studio &#147;Il futuro della pietra&#148; organizzata da Mosaico Progettuale&nbsp;al Chiostro di Voltorre il 16 maggio 2009.&nbsp;<br />
-&nbsp;Artistica: &nbsp;l&#146;opera di Land Art &#147;La Sfida&#148; realizzata al&nbsp;Chiostro di Voltorre da Mosaico Progettuale grazie alle Cave Bonomi di Cuasso al Monte&nbsp;(VA) &#150; socio AML, nel maggio 2009: l&#146;opera, in considerazione del suo pregio artistico, &egrave;&nbsp;stata inserita nel Patrimonio dei Beni della Provincia di Varese.&nbsp;<br />
-&nbsp;Culturale: visita ai distretti produttivi, alle cave, musei; raccolta e diffusione dei dati in letteratura sull&#039; analisi di impatto ambientale secondo il paradigma del ciclo di vita (LCA). </p>

<p>Si invita a visitare i siti <a href="http://www.mosaicoprogettuale.it">www.mosaicoprogettuale.it</a> e <a href="http://www.assomarmistilombardia.it">www.assomarmistilombardia.it</a> per suggerimenti e informazioni sulle iniziative in programma.</p>]]></content:encoded>
			  	<dc:creator>REDAZIONE</dc:creator>
			  	<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 10:40:06 +0200</pubDate>
			  	<link>http://www.assomarmistilombardia.it/archive/index.php?id=191</link>
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			  	<category>ARTE</category>	<category>ATTUALITA'</category>
			</item><item>
			  	<title>FANGHI DEI MARMI&amp;nbsp; INTESA NEL DISTRETTO SICILIANO SULLA GESTIONE</title>
			  	<description>Sono state approvate le linee guida per la gestione dei fanghi derivanti dalla lavorazione del marmo. Le suddette linee, frutto dell'attivit&agrave; di concertazione portata avanti dalla Provincia di Ragusa, dalle associazioni di categoria, dalla polizia provinciale, dalla polizia stradale e dai Comuni, scaturiscono dall'applicazione delle norme ambientali che equiparano i fanghi derivanti dalla lavorazione del marmo e delle pietre alle &quot;terre e rocce da scavo&quot;.</description>
			  	<content:encoded><![CDATA[<p>&quot;Questi materiali - spiega l&#039;assessore Mallia - se vengono rispettati determinati requisiti previsti per legge non sono trattati come rifiuti e possono essere utilizzati per interventi di miglioramento ambientale e di siti anche non degradati. Interventi volti a garantire il miglioramento della qualit&agrave; della copertura arborea o della funzionalit&agrave; per attivit&agrave; agro-silvo-pastorali, delle condizioni idrogeologiche e della percezione paesaggistica&quot;. &quot;Attraverso queste linee guida - precisa l&#039;assessore - gli enti competenti in materia, gli organi di controllo e le imprese potranno attivare le procedure in maniera corretta ed uniforme, nell&#039;ottica della salvaguardia ambientale. L&#039;approvazione di queste linee &egrave; finalizzata ad adottare tutte le procedure necessarie a garantire uno sviluppo del territorio che sia in linea con i principi base della sostenibilit&agrave; ambientale&quot;. <br />
Una sostenibilit&agrave; che sta diventando un punto di riferimento principe per molti enti locali con l&#039;obiettivo di concretizzare tutta una serie di azioni che, per quanto possibile, consentano di risolvere alcune situazioni che consentano di determinare un intervento che permetta di trovare delle soluzioni in qualche modo adeguate.</p>]]></content:encoded>
			  	<dc:creator>REDAZIONE</dc:creator>
			  	<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 18:31:37 +0200</pubDate>
			  	<link>http://www.assomarmistilombardia.it/archive/index.php?id=190</link>
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			  	<category>ATTUALITA'</category>
			</item><item>
			  	<title>CONVEGNO: L'UTILIZZO DEI MATERIALI LAPIDEI LOCALI NELLE COSTRUZIONI</title>
			  	<description>Venerd&igrave; 30 aprile 2010 alle ore 9.30 Auditorium Verdi - Veronafiere  Viale del Lavoro, 8 - Verona. A cura dell&#146;Architetto Mario Botta </description>
			  	<content:encoded><![CDATA[<p>Programma:</p>

<p>Saluti <br />
Alberto Giorgetti Sottosegretario Ministero Economia e Finanze <br />
Interventi <br />
Filiberto Semenzin Presidente Centro Servizi Marmo <br />
&quot;Il Distretto di Verona, tradizione ed innovazione&quot; <br />
Luigi Righetti Avvocato <br />
&#147;Lo scorporo dei materiali lapidei veronesi nei bandi di gara <br />
per la realizzazione di opere pubbliche&#148; <br />
Mario Botta Architetto <br />
&quot;Mario Botta. Pietra e gravit&agrave; in architetture recenti&quot; <br />
Modera <br />
Niko Cordioli Presidente A.T.E.R. Verona <br />
&Eacute; necessaria la conferma di partecipazione<br />
Segreteria organizzativa:</p>

<p>tel. 045.9201707 - e-mail: ater@goldentime.it</p>]]></content:encoded>
			  	<dc:creator>REDAZIONE</dc:creator>
			  	<pubDate>Thu, 29 Apr 2010 13:11:38 +0200</pubDate>
			  	<link>http://www.assomarmistilombardia.it/archive/index.php?id=189</link>
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			  	<category>ATTUALITA'</category>
			</item><item>
			  	<title>STORIA DI UN MATERIALE EDILE DEFINITO ARDESIA ARTIFICIALE</title>
			  	<description>Siamo a inizio anni '80 nel boom economico dovuto ai costi bassi dell'energia quando impera la moda della plastica e dell'artificiale sia nei vestiti che nei materiale da costruzione. In particolare viene proposta al mercato una nuova 'pietra artificiale' con delle caratteristiche eccezionali per la copertura dei tetti in sostituzione a quella naturale.</description>
			  	<content:encoded><![CDATA[<p>(Immagine al microscopio di questa imitazione detta 'ardesia artificiale')</p><p>Pietra nel vocabolario &egrave; un aggregato naturale di minerali, non servirebbe aggiungere l&#039;aggettivo naturale perch&egrave; le pietre artificiali per logica non esistono. Certo chiamare il cemento col suo nome lo rende meno affascinante come avviene oggi con le varie &#039;pietre ricostruite&#039; &nbsp;o &#039;ecopietre&#039;: nomi abbastanzi altisonanti per dei semplici agglomerati in portland colorati.</p>

<p>Ma veniamo a questa prima autoproclamata &#039;ardesia&nbsp;artificiale&#039; degli anni ottanta, &egrave; interessante notare cosa dicevano riprendendo un autorevole manuale di architettura del 1984. Essendo lastre dallo spessore di 7/9 millimetri&nbsp;ottenute per reimpasto di pietra e cemento pesano di meno, sono colorabili e possono essere realizzati in stampi su misura, isolano termicamente meglio della pietra (pretendere che sia il rivestimento esterno del tetto ad avere funzione isolante &egrave; passato di moda nei tempi moderni a favore di spessi strati di coibentazione sottostanti al rivestimento). Il fissaggio di questi pannelli avviene con comode bullonature dopo aver forato col trapano la superficie che in genere &egrave; lavorabile con i comuni attrezzi da falegname. Diversamente dalla pietra una lavorazione che possono fare tutti senza scomodare un marmista. Infine&nbsp;come ultima e non trascurabile caratteristica il costo inferiore.<br />
Guidati da questi saggi consigli ripetuti da ogni parte ci fu mezza Italia che volle provare questa nuova ardesia artificiale dal costo minore ma dalle caratteristiche migliori.</p>

<p>Pensate che nel testo da noi consultato si dedicano alle pietre naturali si e no 20 righe parlando dell&#039;ardesia come unico rivestimento tegolare mentre questa novit&agrave; tecnologica occupa il triplo dello spazio nel quale ci informano anche dei formati, dei colori disponibili dei pezzi su misura e per concludere ci elencano le due marche esistenti al tempo. L&#039;ardesia artificiale ebbe in effetti un successo enorme arrivando a sostituire la pietra.</p>

<p>Se non l&#039;avete intuito questa &egrave; la storia di quel flagello per l&#039;umanit&agrave; chiamato eternit (o anche fibronit) che &egrave; un agglomerato di cemento con fibre di amianto ben aperte. Ieri come oggi in edilizia i nuovi prodotti non vengono testati se pericolosi per la salute a seguito di esposizione nel corso degli anni. Nessuno valuta la tossicit&agrave; di un materiale edile in laboratorio prima di metterlo in commercio come si fa abitualmente in farmaceutica. Le cavie siete voi che lo scegliete. <br />
Per dare un senso di familiare al fine di attrarre la fiducia della gente erano arrivati a chiamarla ardesia artificiale quando il solo aspetto comune &egrave; il colore grigio. Ecco i risultati di questa fiducia incolpevolmente malriposta: l&#039;amianto fibroso &egrave; una sostanza altamente cancerogena che per la sua volatilit&agrave; entra facilmente nei polmoni. Secondo le stime ci sono 90,000 morti al mondo ogni anno per l&#039;amianto. Secondo gli pneumologi italiani, ogni anno, nel nostro Paese, 3.000 persone sono uccise da asbestosi.<br />
Fino al 1992, anno in cui si &egrave; deciso finalmente&nbsp;di vietare l&#146;amianto, circa 3,7 milioni di tonnellate sono entrate nella composizione di oltre 3.000 prodotti diffusi nel nostro paese. L&#146;effetto &egrave; quello di una bomba ad orologeria. La Eternit sigillata dal 1986, &egrave; stata chiamata nel 2009 davanti ai giudici di Torino con l&#146;accusa di aver ucciso 2000 persone, morti per amianto alla media di 55 all&#146;anno e di averne fatte ammalare almeno il doppio.</p>

<p>L&#146;amianto &egrave; considerato la sostanza killer del &#145;900: l&#146;inalazione di polvere di amianto pu&ograve; provocare malattie croniche dei polmoni o tumori della pleura e agisce anche a distanza di decenni, ed &egrave; per questo che soltanto oggi si contano le reali vittime dell&#146;esposione da amianto, a distanza di quarant&#146;anni, nell&#146;ordine dei 2000 morti e circa 6000 parti lese.<br />
Eric Jonckheere, fondatore della Abeva, associazione per sensibilizzare l&#146;opinione pubblica al pericolo dell&#146;amianto ha dichiarato recentemente&nbsp;&#147;Io e la mia famiglia siamo cresciuti a Kapelle-Op-Den-Bos, dove mio padre lavorava come ingegnere della multinazionale belgo-svizzera Eternit, la stessa che ha mandato al macello i lavoratori di Casale Monferrato, Cavagnolo (Torino), Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia)&#148; sottolinea Jonckheere, e aggiunge &#147;L&#146;amianto dell&#146;Eternit ha spazzato via la mia famiglia&#148;.&nbsp;</p>

<p>Quello che facevano credere &#039;ardesia artificiale&#039; si &egrave; rivelata una catastrofe silenziosa ma sul momento ha permesso di arricchirsi a chi la produceva e non intendiamo gli operai. Come succede spesso se le cose si mettono male basta chiudere l&#039;azienda e non rispondere di niente, almeno provarci.</p>

<p>(Le affermazioni dell&#039;Eternit &nbsp;come &#039;ardesia artificiale&#039; sono tratte da Tecnologie dell Architettura - Istituto di Architettura della Facolt&agrave; di ingegneria - Universit&agrave; di Bari - Editore Istituto Geografico De Agostini - 1984)</p>]]></content:encoded>
			  	<dc:creator>REDAZIONE</dc:creator>
			  	<pubDate>Sat, 10 Apr 2010 11:51:33 +0200</pubDate>
			  	<link>http://www.assomarmistilombardia.it/archive/index.php?id=188</link>
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			  	<category>ATTUALITA'</category>
			</item><item>
			  	<title>NON CHIAMATELI MARMI O GRANITI SE NON SONO NATURALI</title>
			  	<description>Pietra nel vocabolario &egrave; un'aggregato naturale di minerali ma le imitazioni in ceramica e in cemento colorato si danno nomi ambigui o di vere e proprie pietre naturali. Marmi tecnici, pietre ricostruite, ecopietre sono tra i nomi di questi materiali artificiali non naturali. Se questo fosse successo alla mozzarella, ai vini italiani o a qualunque altro prodotto sarebbe sceso il finimondo con i politici in difesa del settore aggredito. </description>
			  	<content:encoded><![CDATA[<p>(foto: un blocco grezzo di lapislazulo)</p><p>A noi viene riservata solo l&#039;indifferenza delle istituzioni. Ma a chi ci imita non basta attribuirsi il nome dei nostri prodotti deve anche affermare che le pietre naturali si macchiano, sono difficili da pulire, meno resistenti, deturpano l&#039;ambiente per concludere raccomandandoci di non usarle mai. </p>

<p><a href="http://www.facebook.com/group.php?gid=110463592315633&amp;ref=mf">Come atto di sensibilizzazione abbiamo aperto un gruppo su facebook consultabile a questo indirizzo<br />
http://www.facebook.com/group.php?gid=110463592315633&amp;ref=mf</a></p>

<p>E&#039; un gruppo aperto a cui invitiamo a partecipare tutti i marmisti italiani, le loro associazioni, le riviste specializzate e chiunque in genere ne condivida il principio. Solo stando uniti e abbandonando i campanilismi potremo fare rispettare la verita&#039; e non vedere il materiale maggiormente ecologico in natura fatto passare per il suo esatto contrario.</p>]]></content:encoded>
			  	<dc:creator>REDAZIONE</dc:creator>
			  	<pubDate>Sun, 04 Apr 2010 18:09:01 +0200</pubDate>
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			  	<category>ATTUALITA'</category>
			</item><item>
			  	<title>APERTA AL PUBBLICO L'ANTICA CAVA  DI PIETRA MOLERA A CAMERLATA</title>
			  	<description>Su iniziativa del parco Regionale Spina Verde &egrave; stata aperta ai turisti la cava abbandonata di pietra molera a Camerlata (Como). I rilievi collinari del parco sono costituiti da formazioni di gonfalite &nbsp;che risalgono a 25/30 milioni di anni fa e derivano dai materiali trasportati dal paleo-adda, un grande fiume che scorreva lungo l'attuale ramo&nbsp;di Como&nbsp;del Lario, e si gettava nel mare padano passando proprio da Camerlata e da Cant&ugrave;.</description>
			  	<content:encoded><![CDATA[<p>(foto: la cava di molera. Tratta dal sito del parco regionale Spina Verde)</p><p>Sull&#039; antico letto del fiume ora passa l&#039;attuale linea ferroviaria Como-Milano delle Nord. La pietra molera &egrave; la componente di arenaria di questi accumuli, il nome deriva dal suo utlizzo principale, la mole appunto: una ruota in pietra per affilare le lame. Venne anche utilizzata come materiale da costruzione, il pi&ugrave; antico manufatto noto &egrave; la stele di Prestino conservata nel museo Archoelogico di Como. Sulla stele &egrave; incisa una dedica in alfabeto leponzio, una lingua celtica, la prima testimonianza scritta nel territorio lariano. Tra gli altri utilizzi si ricorda San Carpoforo (Como - XI sec.), il timpano del portale posteriore di San Fedele (Como - XII sec.), il Baradello (Como - XII sec.).&nbsp;L&#039;estrazione in galleria di questa pietra porosa dal colore grigio/giallo si &egrave; conclusa nel 1800.<br />
La cava di Camerlata &egrave; sul versante della collina che va da Piazza Camerlata verso Prestino. Pochi sanno che dietro alla roccia che affiora c&#146;&egrave; un vero e proprio &#147;antro&#148; che &egrave; il risultato delle attivit&agrave; di estrazione dell&#146;arenaria nel passato.</p>

<p>Nelle stratificazioni rocciose &egrave; scritta la storia della terra e nelle tracce &nbsp;lasciate da cavatori e scalpellini si racconta il secolare lavoro dell&#039;uomo.&nbsp;</p>

<p>Come arrivare:<br />
- In treno:&nbsp;Ferrovie Nord Milano, stazione di Camerlata all&#146;uscita della stazione proseguire a piedi per 300 metri circa fino alla Piazza Camerlata con la caratteristica fontana. Scendere e salire al Parco per la via Santa Brigida e Respa&ugrave; sul lato nord della Piazza.<br />
- Su ruote motorizzate: autostrada A9, uscita Como Sud, direzione Como. Proseguire fino alla piazza Camerlata con la caratteristica fontana a cerchi. Parcheggiare sotto il cinema multisala a 100 metri dalla piazza camerlata oppure al Parcheggio pubblico &#147;Val mulini&#148; segnalato con apposita cartellonistica stradale. Proseguire a piedi seguendo i cartelli per l&#146;accesso al Parco.</p>

<p>Le visite dell&#039;antica cava in galleria sono solo su prenotazione e sono sconsigliate a chi non si trovi in perfette condizioni fisiche per muoversi su un terreno aspro e roccioso. (Come per ogni altro sentiero di montagna)</p>

<p>Parco Regionale Spina Verde di Como -&nbsp;via Imbonati, 1 22020 Cavallasca (CO) <br />
Tel. 031.21.11.31 Fax 031.53.58.64<br />
<a href="http://www.spinaverde.it">www.spinaverde.it</a></p>

<p><br />
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------<br />
NOTA STORICA<br />
L&#039;uso turistico delle cave abbandonate &egrave; ampiamente diffuso nei tempi moderni.<br />
Probabilmente la pi&ugrave; turistica cava antica di pietra, detta latomia (parola che deriva dal greco latom&iacute;ai composto da l&acirc;s, pietra, e tom&iacute;ai da t&eacute;mnein, tagliare), &egrave; quella greca poco lontano dal Teatro Greco di Siracusa del quale ne costituisce il materiale. Per la sua particolare forma a S o ad orecchio d&#039;asino il pittore Caravaggio, in compagnia dello storico siracusano Vincenzo Mirabella, la chiam&ograve; Orecchio di Dionisio (o di Dionigi) durante una visita nel 1608. Infatti grazie alla sua forma possiede caratteristiche acustiche tali da amplificare i suoni fino a 16 volte. La forma della galleria &egrave; dovuta al fatto che lo scavo inizi&ograve; dall&#039;alto andando ad allargarsi verso il basso per seguire una vena di roccia di ottima qualit&agrave;. Notizie tratte da <a href="http://www.comune.siracusa.it">www.comune.siracusa.it</a><br />
----------------------------------------------------------------------------------------------------------------</p>]]></content:encoded>
			  	<dc:creator>REDAZIONE</dc:creator>
			  	<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 14:11:09 +0100</pubDate>
			  	<link>http://www.assomarmistilombardia.it/archive/index.php?id=186</link>
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			  	<category>GEOLOGIA</category>
			</item><item>
			  	<title>SAN MARINO. LE PIETRE DELLA LIBERTA'</title>
			  	<description>A San Marino, la pi&ugrave; antica repubblica del mondo, la lavorazione della pietra era gi&agrave; fiorente nella seconda met&agrave; del III millennio avanti Cristo insieme a quella del rame che nell&#146;Italia superiore faceva gi&agrave; riferimento alla zona del bresciano dove si perfezionava la lavorazione dei metalli per gli oggetti d&#146;uso quotidiano e la difesa. </description>
			  	<content:encoded><![CDATA[<p>(foto: la cima del monte Titano in una giornata di inverno)</p><p>I romani gi&agrave; transitavano da queste parti attraverso la via Flaminia che andava da Roma alle regioni orientali e qui si fermarono 6000 famiglie di coloni-soldati che suddivisero il territorio secondo il criterio della centuriazione in linee perfettamente ortogonali sui punti cardinali ad esclusione del nord dove la nascente via Emilia determin&ograve; una diversa angolazione. La strada e le opere per la difesa del territorio richiesero, come sempre, molta pietra e qui si inserisce la storia di Marino di mestiere scalpellino. Per alcuni &egrave; la storia, per altri una semplice leggenda, comunque si racconta di un uomo di origine dalmata, arrivato a Rimini nel 257 dopo Cristo assieme al compagno Leo per lavorare, come tagliatore di pietre, il ripristino delle mura difensive del borgo. La storia poi racconta che si merit&ograve; la beatificazione per la diffusione della nuova fede cristiana fondando, tra l&#146;altro, una comunit&agrave; monastica in cima al monte Titano. Per altri meno disponibili alla liturgia, Marino, veramente dalmata, era un eremita che viveva su quelle cime tra il VI e il VII secolo. Per questa versione Marino entra nella storia della piccola Repubblica per aver fornito con il suo nome, il 20 febbraio del 885, la ragione storica per sistemare una controversia tra l&#146;abate di San Marino ed il vescovo di Rimini su alcuni terreni di cui si era persa la propriet&agrave;. Il fatto prese il nome storico di placito feretano su cui viene sancita, in pratica, la nascita della piccola Repubblica. </p>

<p>Questo &eacute; solo per passare un po&#039; di corsa il primo millennio, in verit&agrave; la faccenda era degna di molte sceneggiature di film di successo sugli intrighi che governavano gli ambienti religiosi dell&#039;epoca.</p>

<p>Intorno al 13&deg; secolo, il potere ora ovunque in mano ai signori del territorio, i Malatesta a Rimini perch&eacute; preferivano il mare, i Montefeltro a Urbino perch&eacute; preferivano la collina. Nessuno voleva invece passare le vacanze in montagna e la zona del Titano riusc&igrave; a conservare l&#039;uso padano dei due consoli per il buon governo. A questo periodo (esattamente il 1253) risale la prima menzione dello Stato sammarinese quasi in concomitanza con la nascita della confederazione elvetica e come i colleghi svizzeri, anche qui una specie di Landsgemeinde porta al massimo la democrazia con le decisioni di piazza. Poi nel diciassettesimo a qualcuno non &egrave; andato pi&ugrave; bene forse perch&eacute; stanco di gridare ai quattro venti la propria opinione (e poi sentirne altre &quot;quattro&quot; dalla propria consorte naturalmente di diversa opinione) si &egrave; deciso per un nuovo statuto che dava potere legislativo ad un Consiglio subito saldamente controllato dai signori del luogo.*<br />
Un altro paio di secoli poi, dopo un breve dominio pontificio, ed un pi&ugrave; lungo periodo di brigantinaggio non sempre cattivo visto che nella zona operava il leggendario Passator Cortese, (il Robin Hood nostrano), che depredava i ricchi per dare ai poveri, si evidenzi&ograve; una gran voglia di libert&agrave;. Uno dei primi clienti della nuova tendenza fu naturalmente Garibaldi che qui si rifugiava come oggi fanno i normali stipendiati dell&#039;industria, quando hanno bisogno di riposarsi. In effetti Garibaldi arrivava qui perch&eacute; sempre inseguito dai papalini o dagli austriaci mal disposti ad accettare il suo modo di pensare (e di menar la spada) ma fece invece una grande presa sui sammarinesi che assorbirono il principio di libert&agrave; e solidariet&agrave;.</p>

<p>Da qui parte la San Marino dei giorni nostri, Repubblica libera votata al turismo (e ai francobolli) in un posto meraviglioso come la sua gente, con una grande cultura per la cucina e la lavorazione della pietra.</p>

<p>GLI ULTIMI CENTO ANNI<br />
visti dalla parte degli scalpellini<br />
La storia degli scalpellini di un luogo inizia sempre dalla disponibilit&agrave;, nelle vicinanze, di una buona pietra. I primi abitatori del Monte Titano individuarono nella formazione miocenica, un calcare nettamente arenaceo di colore biancastro, giallognolo oppure grigio. La conformazione della cima della montagna pur essendo di mediocre durevolezza, si dimostrava adatta alla realizzazione di cornici, architravi, colonne, pilastri. Scendendo a valle verso il greto del Marecchia, il fiume che delimita a nord il confine, si trovano anche altri calcari e arenarie sempre miocenici, ma di tipo molto diversi da quelli a monte.</p>

<p>In sostanza gli scalpellini avevano a disposizione tre tonalit&agrave; di arenarie: la mora tendente allo scuro, l&#146;azzurra in realt&agrave; bianco-candida, e la bianca tendente al giallognolo chiaro ancora usata per lavori di scultura.<br />
Il cognome pi&ugrave; legato alla storia del marmo sammarinese &egrave; forse quello dei Reffi. Carlo Reffi, morto nel 1919, fu insegnante di scultura nella &#147;Scuola Professionale d&#146;Arti e Mestieri&#148; aperta il 25 ottobre 1918, ma prima fu un protagonista all&#146;Esposizione Universale di Parigi nel 1900. L&#146;albero genealogico di questa famiglia Reffi riassume in s&eacute; la storia di tante altre famiglie sammarinesi che con continuit&agrave; e passione tramandarono nel corso dei secoli l&#146;arte dello scalpellino. Molto arriva ad oggi per merito di Eugenio Reffi, figlio del direttore dei lavori del Cimitero, anch&#146;esso entrato ragazzino nel cantiere di quella costruzione come &#147;bocia&#148; (piccolo aiutante), nell&#146;espressione dialettale sammarinese, ma comune anche al piemontese da dove proveniva Giuseppe Reffi, il capostipite, guardia militare a Torino, venuto a San Marino nel 1788 per diventare artigiano della pietra per il restauro delle torri.<br />
Verso la fine del secolo scorso altri &#147;Reffi&#148; si occuparono della pietra, Adriano divenne anche assistente governativo; Antonio, figlio di Marcello, lavor&ograve; a Parigi, il fratello Andrea partecip&ograve; ai restauri delle Cattedrali di Iroyes, di Reims, e di Mezieres, aiutato dal Figlio Silvano. Mario Reffi, figlio di Antonio dopo i lavori per i soffitti della cripta di San Pietro, della chiesa di Sant&#146;Agata, del Teatro Titano emigr&ograve; in Brasile dove ha eseguito lapidi a Rio de Janeiro e San Paolo.<br />
Un&#146;altro nome del marmo sammarinese &egrave; quello di Mansueto Mariotti, detto Cam&eacute;la, o &#147;Scarpioun&#148; dal suo segno zodiacale che figura anche in un suo autoritratto in pietra nel Museo di Stato. Morto nel 1921 a 86 anni, fu uno dei protagonisti degli anni pi&uacute; &#147;gloriosi&#148; della difficile arte lapidea quando ancora era solo la fatica a trasformarla. La sua produzione di pezzi decorativi era vastissima, fra questi c&#146;&eacute; anche quello della &#147;Societ&agrave; Unione Mutuo Soccorso&#148;<br />
Quando Mariotti partecip&ograve; all&#146;Esposizione Universale di Parigi nel 1900, era gi&agrave; stato segnalato nel catalogo dell&#146;Esposizione Regionale Agraria, Industriale, di Belle Arti, tenutasi a Forl&iacute; nel 1871, ove present&ograve; alcuni mascheroni e un capitello fatti con il marmo della sua piccola cava. La cava fu una delle prime ad essere chiuse intorno al &#146;28 per dar spazio alla nascente ferrovia San Marino-Rimini. Romeo Balsimelli, nato nel 1884, fu un&#146;altro protagonista della lavorazione della pietra. Si occup&ograve;, tra l&#146;altro della ricostruzione delle parti danneggiate dai bombardamenti alleati del 1944 nonostante la neutralit&agrave; sammarinese.<br />
Il suo nome fece da riferimento, insieme al gi&agrave; citato Cam&eacute;la in un breve testo teatrale di Luigi Pedretti (altro cognome noto, ma tra i marmisti dell&#146;alta Lombardia), intitolato il marmista sammarinese pubblicato 31 agosto del &#146;38 sul &#147;Popolo&#148; dove, nell&#146;ambiente del tranquillo entroterra romagnolo, si frammistavano i dialoghi argomenti familiari e di lavoro con allusioni al clima politico del momento.</p>

<p>Balsimelli insegn&ograve; a molti sammarinesi l&#146;arte della lavorazione lapidea fatta con strumenti da lui stesso forgiati. Il suo miglior allievo: Aldo Volpini per qualche tempo si occup&ograve; anche del piccolo laboratorio attaccato alla roccia nei pressi della cava. Aldo Volpini &egrave; stato sicuramente l&#146;ultimo scalpellino della antica tradizione sammarinese. Inizi&ograve; ancora bambino, nel 1934, e suo padre raccomand&ograve; al pi&uacute; vecchio degli scalpellini, chiamato &#147;Sarafa&#148;, di accoglierlo bene e insegnargli con pazienza il mestiere. L&#146;apprendistato era una fase difficile e pesante nella vita dello scalpellino, poteva durare anche quattro o cinque anni perch&eacute; gli anziani erano molto esigenti e intolleranti sugli errori. Il lavoro costruiva anche invidie e rivalit&agrave; di mestiere, ma non intaccava la solidariet&agrave; e la stima</p>

<p>Le storie raccontano della solita insofferenza dei mastri per gli allievi troppo creativi, quindi lontani dalla tradizione. Francesco Balsimelli, che in giovent&uacute; speriment&ograve; personalmente l&#146;apprendistato nella cava, cos&iacute;, con qualche accento letterario, descriveva lo scalpellino sammarinese nel 1937: nasce si pu&ograve; dir nella cava; cresce ruzzando tra i sassi. Prima ancora della penna ha tenuto fra le dita esili un ferro ed un mazzuolo piccolo come un giocattolo; in ginocchio davanti a un sasso meno pesante di lui, s&#146;&egrave; picchiato con mano incerta sul pollice senza piangere, lasciando la prima goccia di sangue come perla di rubino sulla pietra ribelle.&#148; A dieci anni eccolo gi&agrave; apprendista con mazzuolo pi&uacute; greve e con ferri pi&uacute; grossi sotto la guida del padre, talvolta del nonno, traguardare i primi piani, squadrare i primi sassi, spunticchiare le prime facciate, rifilare le prime scalpellature; eccolo picchiare accanto al padre lo stesso sasso osservando e imparando, finch&eacute; non gli venga affidato il suo &#147;pezzo&#148; ed allora, i muscoli gi&agrave; fatti d&#146;acciaio, s&#146;indurisce nel lavoro, si abbronza nel sole, si brucia di sudore, si vernicia del tenue pulviscolo che vola dal sasso martellato ed assume una patina grigia che lo fa sembrare di pietra esso stesso. Lo scalpellino &egrave; fatto.</p>

<p>Pochi anni prima quando nel 1934 il Volpini, futuro mastro &#147;lapicida&#148;, cominci&ograve; il mestiere, nelle cave c&#146;erano 60-70 cavatori che lavoravano all&#146;aperto, tenendo i loro ferri in una capanna. La sua figura artistica si pu&ograve; veramente definire completa: non si applic&ograve;, infatti, alla sola lavorazione della pietra ma, sempre da autodidatta, apprese la tecnica della modellazione. La storia, da questo punto, si accomuna molto con quella della Valpolicella.<br />
Il desiderio di completare e perfezionare i risultati lo induceva ad osservare, studiare, imitare, le opere dei grandi artisti rinascimentali, per rendere sicura la propria linea, ed espressivo il segno. Da queste spiegazioni si ricostruiscono anche le modalit&agrave; di lavoro della pietra. Per estrarla dal monte, i cavatori praticavano scavi attorno alla parte del masso designata, picchiando sulla roccia con piccone (a due punte) o con mazzette, strumenti pi&uacute; leggeri a cui si potevano applicare fino a 20-30 punte differenti. Le scanalature, che in dialetto diventavano i &quot;cann&egrave;l&#148;, potevano arrivare anche oltre 1 m. di profondit&agrave;, fino ad arrivare alla cosidetta &#147;vena&#148; della pietra. Giunti cos&iacute; alla falda, i picconisti la isolavano dal masso, ponendo, nel punto in cui doveva avvenirne il distacco, due sfoglie di ferro dette &#147;scarafoi&#148; generalmente ricavate dalle pale dei badili vecchi. Fra queste due lamine incastravano una zeppa di ferro, su cui battevano con pesantissime mazze di ferro. Anticamente le zeppe erano di legno su cui si gettava l&#146;acqua per dar volume e sollevare la pietra da staccare. Se gli scalpellini non volevano ottenere blocchi compatti, scelti, da lavorare accuratamente, impiegavano le mine, poi il filo elicoidale. Per il movimento del masso si faceva leva con un palo detto &#147;la mariana&#148; e poi si faceva scorrere con i &#147;rulli&#148; o le &#147;palle&#148;, cio&egrave; un cilindro di ferro con o senza le estremit&agrave; sferiche, che facevano rotolare il carico, spingendolo da dietro e tirandolo da davanti con leve apposite fornite all&#146;estremit&agrave; di una &#147;unghia&#148;. Questo avveniva se il terreno era in pendenza, altrimenti usavano le binde (cio&egrave; dei cricchi), oppure un sistema di carrucole.</p>

<p>Arrivati al piazzale di lavorazione i blocchi venivano affrontati dalle squadre di scalpellini guidati da un direttore dei lavori che sceglieva i pezzi con una certa abbondanza per maggior sicurezza. Quando erano troppo grandi venivano invece fatti proseguire per la vicina segheria del Reffi che si occupava di entrambe le cave. La segheria era collocata pi&ugrave; o meno nello stesso posto dove ora sorge il Grand Hotel costruito intorno agli anni sessanta dal famoso ristorante Giannino di Milano e dalla &#147;gestione negozi Motta&#148;. (destino vuole che lo scrivente allora dell&#146;Ufficio pobblicit&agrave; Motta ne cur&ograve; allora il lancio). Qui sorgeva anche la sede della Cooperativa Scalpellini amministrativamente diretta da Angelo Sabatini. In questa fabbrica operava un solo telaio a sabbia che impiegava 40 ore per segare un metro di materiale in 10 tagli paralleli. L&#146;alimentazione era naturalmente manuale con gli operai ai lati a buttare la sabbia da miscelare con l&#146;acqua che cadeva in abbondanza per formare la miscela abrasiva. La lucidatura era ovviamente a &#147;gomito&#148; con il carborundum.</p>

<p>Per le forme, gli attrezzi erano la solita squadra, il metro, la subbia per punticchiare la pietra, il mazzuolo, la martella e la &#147;bugiarda&#148; che poteva essere da 25 a 100 denti per ottenere risultati diversi.</p>

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MOMENTI RACCOLTI TRA I RICORDI<br />
Il lavoro degli scalpellini, qui rinominati &#147;lapicidi&#148; non era certamente dei pi&ugrave; salubri. Joseph Addison, in visita in Italia fra il 1701 e il 1703, fra le sue impressioni esprimeva lo stupore per il vapore freddo, che usciva dalle cave e gelava le mani anche in estate. Le dure condizioni stagionali e metereologiche in cui si svolgeva il lavoro fu uno dei motivi determinanti per l&#146;allontanamento del lavoro dalle cave dove entravano bambini e uscivano uomini precocemente ammalati e deformati. Le cave maggiori erano due fin dall&#146;antichit&agrave;: una &#147;della Fratta&#148;, collocata sotto l&#146;omonima Rocca, di cui gi&agrave; nel 1856 il Brizi scriveva &#147;entro questa selva trovasi la cava delle pietre, che per lo pi&uacute; spediconsi lavorate in Romagna, e servono in specie per stipiti da porte e finestre&#148; e l&#146;altra &#147;degli Umbri&#148; pi&uacute; vicina alla seconda Rocca. <br />
In occasione di lavori particolarmente rilevanti, oltre a trasportare pietre gi&agrave; lavorate in queste cave, gli scalpellini ne aprivano altre nelle zone pi&uacute; vicine alla nuova costruzione Essendo il lavoro in pietra molto richiesto, si arriv&ograve;, nel 1826, ad aumentare il numero degli scalpellini</p>

<p>Fra la ricostruzione della Pieve e quella del Palazzo Pubblico affiorano sporadiche le voci degli scalpellini dagli Atti del Consiglio, ogni volta per chiedere lavoro e il saldo dei pagamenti. Essi cercavano di migliorare la loro situazione anche ampliando le cave, come risulta da una seduta del Consiglio del 20 maggio 1886, in cui si diede lettura del concordato stipulato fra il Governo, il Guardiano dei Padri Cappuccini e gli scalpellini Lodovico Simoncini e Odoardo Lombardi, sulla concessione, a questi ultimi, di una parte della macchia detta &#147;dei Cappuccini&#148;, per l&#146;estrazione della pietra da lavoro. La zona era quella della &#147;Fratta superiore&#148;, quindi molto vicina alla cava omonima e fu concessa in affitto per venti anni, stabilite le dovute condizioni di tutela del luogo (che non consentivano di scavare oltre la linea di confine o di erigere muri fra la selva e la vecchia cava). Ma all&#146;ampliamento delle cave corrispondeva un danno crescente nella zona pi&uacute; alta del Paese. Si &egrave; gi&agrave; visto infatti come, trovandosi la qualit&agrave; migliore della pietra sul ciglio del monte, fin dall&#146;antichit&agrave; il Governo dava in concessione le cave in quel luogo e, di conseguenza, si erano fatte le devastazioni maggiori. Fin dal secolo XVII si protestava in Consiglio per i guasti recati alla sommit&agrave; del monte e si stabilivano risarcimenti penali; ma poich&eacute; l&#146;industria impiegava un centinaio di uomini (tra picconisti per l&#146;escavazione e il taglio dei massi, scalpellini per la loro lavorazione, e braccianti per la rimozione dei detriti), non furono mai adottati provvedimenti seri e permanenti a proteggere la natura del luogo cos&iacute; che, continuando l&#146;attivit&agrave; degli scalpellini, si provocarono guasti irreparabili: si tagliarono addirittura massi a strapiombo, fino a mettere in pericolo l&#146;incolumit&agrave; stessa delle rocche. Fra le proteste che arrivavano in Consiglio, quella di un Giacomo Macina del 12 aprile 1883, era contemporanea proprio alla grande rinascita della speranza per gli scalpellini sammarinesi, che in quel periodo si videro commissionati il Palazzo del Governo, il nuovo Cimitero e vari edifici pubblici. Questo cittadino chiedeva al Governo di procedere ai restauri delle mura, di rendere pi&uacute; praticabile la strada che conduceva alla Rocca invasa da macigni e di non far pi&uacute; estrarre la pietra in prossimit&agrave; del Castello (la Fratta) per non danneggiare n&eacute; quello n&eacute; il ciglio della Rupe. Gli scalpellini sammarinesi parteciparono alle Esposizioni universali che caratterizzarono la seconda met&agrave; del secolo XIX. Si ha notizia di uno stemma della Repubblica, eseguito in pietra locale da Mansueto Mariotti (il &#147;Cam&eacute;la&#148;) presentato all&#146;Esposizione Universale di Parigi del 1878, acquistato poi per 300 lire dal Governo sammarinese e posto nell&#146;ingresso di Palazzo Valloni. Nel 1889, all&#146;Esposizione Universale di Parigi, furono esposti &#147;un monumentale camino nello stile del XVII secolo, opera di tagliatori di pietra sammarinesi, cos&iacute; come una catena tagliata in un solo blocco di pietra, e i cui anelli sono mobili e delicati come quelli di una catena d&#146;acciaio&#148; come quella che ancor oggi un artigiano dell&#146;Ossola produce con molto successo. L&#039;anno seguente, sempre a Parigi, i lapicidi di San Marino mantennero la loro fama, con varie opere, tutte apprezzate. Occorre ora fare un passo indietro e precisare che, al tempo di queste esposizioni, gli scalpellini non lavoravano pi&uacute; nelle cave individualmente o a gruppi sporadici: si erano organizzati, per cercare di tutelare il loro lavoro, in una &laquo;Societ&agrave; degli scalpellini&raquo; della quale si ha notizia fin dal 1890. In una seduta consiliare di quell&#146;anno, gli scalpellini Odoardo Lombardi, Mansueto Mariotti, Francesco Della Balda, Elpidio Balsimelli, Luigi e Lodovico Simoncini, Francesco Tonnini, &quot;chiedono che l&#146;appalto dei lavori del Camposanto sia diviso in due appalti separati, da una parte i lavori da muratore e dall&#146;altra quelli da scalpellino&#148;. E&#039; importante sottolineare come per la prima volta gli scalpellini rivendicassero una posizione distinta e autonoma dagli altri operai, e non certo per corporativismo, come si potrebbe supporre, dal momento che furono in seguito appoggiati dagli stessi muratori, riuniti anch&#146;essi in cooperativa. Infatti si legge dai verbali che &#147;gli scalpellini Luigi Simoncini e Pietro Balsimelli chiedono a nome di tutti gli scalpellini, con cui si sono riuniti in societ&agrave;, che il Consiglio di Stato anzich&eacute; uno dia due appalti separati, uno per i lavori da scalpellino, uno per quelli da muratore, e che a loro venga concesso il lavoro da scalpellino a prezzo di stima&#148;. Nello stesso tempo i muratori Sebastiano Della Balda e Romualdo Foschi chiedono lo stesso per i lavori da muratore&#148;.</p>

<p>Difficile era invece la situazione di precariet&agrave; e sfruttamento in cui si vennero a trovare gli scalpellini che erano emigrati all&#146;estero. Le testimonianze della fine dell&#146;ottocento raccontano che Mario Mularoni, Presidente dell&#146;Associazione dei Sammarinesi dell&#146;Est della Francia, aveva raccolto in un volume &#147;La terre de la libert&eacute; &#147; gli intollerabili livelli socio-economici in cui i sammarinesi emigrati in Francia erano costretti a vivere. La protesta si trasfer&igrave; a San Marino dove in un manifesto del 30 aprile 1891 si esprime una nuova coscienza della categoria: &#147;Operai! Il 1&deg; giorno di maggio &egrave; la festa del lavoro dal quale deve sorgere la prosperit&agrave; e il miglioramento delle classi meno fortunate che devono ottenere lavoro e orari di lavoro adeguati alle forze morali e materiali.&#148; Cos&iacute; fu dichiarato da ogni popolo civile e anche a San Marino il Governo e la classe pi&uacute; agiata vengono chiamati a risolverli. &#147;Chi diragione dovr&agrave; curare pi&uacute; di quello che non faccia, ogni genere di lavoro onesto ed in special modo l&#146;escavazione della pietra, un&#146;opera esportata dal nostro paese, unica industria che possa tenere occupati cento e pi&uacute; operai di continuo&#148;. </p>

<p>Il Governo viene invitato ad emettere mezzo milione di lire in carta moneta e a coniare 100.000 lire in rame, a mettere in corso cartoline, vaglia e marche da bollo ed obblighi al pagamento tutti i debitori pubblici sia per la &#145;cinquina&#146; sia per denaro prestato oppure inizi una &#145;lotteria&#146;internazionale a favore della Repubblica per una somma rilevante per riparare ai bisogni della classe operaia.<br />
In pianura la Ferrovia Adriatica aveva oramai provveduto a collegare Rimini a Bologna, Milano, Ancona e Bari. Ai lati altre linee toccavano Urbino e Novafeltria, ma San Marino e la sua pietra rimanevano inesorabilmente esclusi per l&#146;acclivit&agrave; degli accessi alle cave. In un memoriale del 25 ottobre 1901 sulla necessit&agrave; di una ferrovia anche per San Marino, il Ministro dei Lavori Pubblici Italiani esprimeva il vivo interessamento del vicino regno. Intanto gli scalpellini trovarono pi&ugrave; interessamento nella costruzione della ferrovia italiana Sant&#146;Arcangelo - Urbino che dava lavoro a 100 tra cavatori, scalpellini, e braccianti sammarinesi. Il giornale della &#147;Democrazia Sammarinese&#148; (comprendente socialisti, repubblicani, progressisti e dal 1906 organo della Federazione Socialista Sammarinese), gi&agrave; dal primo numero dell&#146;1&deg; aprile 1903, scriveva della necessit&agrave; di un nuovo regolamento per gli scalpellini oramai dediti a molti tipi di lavoro. Il documento approvato da tutti gli scalpellini soci il 1&deg; giugno 1904 e dato alle stampe, con alcune modifiche, nel 1906 esprimeva lo spirito della Cooperativa ed il suo fondamentale obiettivo di garantire e tutelare il lavoro per assicurare l&#146;onest&agrave; nelle retribuzioni, per contemplare con soluzioni eque ogni situazione che potesse presentarsi a offuscare la serenit&agrave; dell&#146;andamento dei lavori, per mantenere infine la concordia fra i soci.</p>

<p>Da una polemica sorta fra il giornale &#147;Il Titano&#148; e Luigi Reffi, proprietario della cava della Fratta, si ricava che gli scalpellini soci di questa cooperativa nel 1903 erano 58. &#147;Il Titano&#148; vedeva allora nella nuova organizzazione della Societ&agrave; un segno del &#147;promettente risveglio della classe lavoratrice&#148;. La &#147;Cava sociale&#148;, acquistata per 1000 lire dalla Cooperativa era quella degli Umbri, vicina a quella di Luigi Reffi. Come si vede dagli articoli del Regolamento, la Societ&agrave; volle sottolineare pi&uacute; volte la qualit&agrave; artistica dell&#146;opera dei lapicidi. Era necessario verificare che il lavoro fosse fatto &#147;ad uso d&#146;arte&#148;, ripartito secondo la &#147;capacit&agrave; di ciascun socio&#148;, mentre i picconisti ed i braccianti venivano pagati ad ore, secondo la tabella dei prezzi &#147;fissati dall&#146;Assemblea&#148;. Nel 1905, anno in cui venne istituito a San Marino l&#146;Ufficio Anagrafico-Statistico di Stato Civile e di Polizia Mortuaria, gli scalpellini sammarinesi erano in totale 59, di cui 44 residenti in Citt&agrave;, 4 in Borgo, 4 nella zona Scalette, 7 in quella Piagge e, comunque, tutti appartenenti alla parte del territorio denominato &laquo;&#148;Pieve-Citt&agrave;&#148;, mentre nessuno risultava dalla zona &#147;Pieve-campagna&#148; che comprendeva le altre zone. Il dato, oltre a confermare che il lavoro di tagliapietre era legato alla sola zona della Citt&agrave; di San Marino, probabilmente potrebbe anche significare che erano gli scalpellini di Citt&agrave; a compiere i vari interventi di modifica e di restauro, che si registrarono nell&#146;assetto delle pi&uacute; antiche costruzioni degli altri Castelli, nelle cinte murarie, nelle porte di accesso, come avvenne a Borgo Maggiore, a Serravalle, a Montegiardino, a Faetano. Comunque, sembra improbabile che, se nel 1903 gli scalpellini erano 58 nella sola cava della Societ&agrave;, due anni dopo fossero 59, compresi quelli che lavoravano alle dipendenze del Reffi. Occorre per&ograve; tenere presente il fenomeno dell&#146;emigrazione, che colpiva in misura altrettanto grave i tre strati sociali della popolazione sammarinese: gli artigiani (che erano 418), i braccianti (347) e i coloni (1832). In un&#146;indagine compiuta in proposito nel 1905, si legge &#147;E&#039; da poco iniziata una vera corrente emigratoria a scopo di lavoro, dopo che l&#146;industria del lavoro di pietra si dimostr&ograve; alquanto diminuita per la concorrenza che viene fatta al lavoro degli scalpellini dalle fabbriche di cemento d&#146;Italia. Le zone del flusso erano: l&#146;America, e in particolare il Brasile, I&#146;Argentina, I&#146;Uruguay e gli Stati Uniti del Nord; dal 1900 la Grecia, la Germania, I&#146;Austria, la Francia e l&#146;Egitto; dal 1904 la Svizzera. Gi&agrave; negli Atti del Consiglio del 14 aprile 1898 si legge &#147;sussidio accordato a Nullo Belloni, Adolfo Balsimelli, Forcellini Giuseppe, Francesco Pignatta (scalpellini) di lire 30 ciascuno all&#146;oggetto di poter recarsi per l&#146;esercizio del loro mestiere a Bucarest (Romania). Previa dichiarazione per sapere se realmente &egrave; aperto il lavoro in quel Regno fu posta ai voti l&#146;intera somma di lire 120 che il Consiglio approv&ograve;&#148;. Nel Regolamento della Societ&agrave; Scalpellini, era contemplato anche il caso di emigrazione da parte dei soci, negli articoli 8 e 15. Pietro Franciosi, Presidente anche della Societ&agrave; Unione Mutuo Soccorso, sensibilissimo e attento al fenomeno dell&#146;emigrazione, aveva fondato in quel periodo un &#147;Ufficio di Emigrazione temporanea in Europa&#148;, incaricato di prendere contatto con luoghi dove l&#146;occupazione fosse sicura e l&#146;ambiente non ostile per inviare, con una certa tranquillit&agrave;, gli emigranti sammarinesi all&#146;estero. Per questo suo impegno Franciosi seppe meritarsi la stima e l&#146;affetto di tutti i lavoratori sammarinesi, in particolare degli scalpellini. Restano, a testimonianza della sua attivit&agrave; sociale, le lettere che gli pervenivano dall&#146;estero, sia dalle Ditte a cui chiedeva lavoro per gli scalpellini, sia da questi ultimi, per tenerlo al corrente della loro vita. Ma se i disagi dell&#146;emigrazione erano assai penosi, ugualmente triste si profilava la situazione per chi restava a San Marino. In un numero del &#147;Titano&#148; del 18 marzo 1906, dove si denunciava l&#146;aggravarsi &#147;della piaga dolorosa della disoccupazione&#148;, per cui &#147;l&#146;esodo dei nostri operai assume una forma piuttosto allarmante. Negli ultimi giorni sono partiti molti altri lavoratori per la Francia e la Svizzera&#148;. Per affrontare le nuove difficolt&agrave;, come si legge su &#147;Il Titano&#148; del 15 dicembre 1907, &#147;in poco tempo si sono costituite varie leghe per assumere collettivamente lavoro di ogni genere, e per formulare le proprie tariffe con un massimo e un minimo di salario. I primi a dare il buon esempio furono proprio gli Scalpellini seguiti da Muratori, Picconisti, dai Braccianti. Diventava comunque necessaria una scuola professionale per meglio affrontare l&#146;estero. Finalmente nel 1909 ritorn&ograve; un periodo abbastanza favorevole per gli scalpellini e, accanto ai lavori individuali pi&uacute; artistici, la Cooperativa firm&ograve; vari contratti di lavoro, specie per la costruzione della vicina ferrovia Santarcangelo - Urbino con l&#146;Impresa &#147;Morbidi e C.&#148; di Fano per tutti i lavori in pietra occorrenti compresi il ponte sul fiume San Marino, diversi viadotti, e la stazione di Pietracuta. Nello stesso tratto numerosi lavori toccarono anche alla &#147;Cooperativa muratori&#148; di Citt&agrave; e Borgo.</p>

<p>Negli anni 20 tutta la zona fu particolarmente attiva nell&#146;organizzare la &#147;marcia su Roma&#148; e, anche a San Marino, dopo le elezioni del &#146;23, si inizi&ograve; a smantellare le cooperative, ridurre all&#146;impotenza le leghe operaie e snaturare il significato delle loro iniziative. Fu esaltato uno sfrenato individualismo che avrebbe portato a forti rivalit&agrave; con contrasti fra i lavoratori e le loro categorie. Nel periodo la &#147;Societ&agrave; scalpellini&#148; divenne la &#147;Corporazione degli scalpellini&#148;: con l&#146;iscrizione obbligatoria alla Federazione sindacale fascista. Fu imposto un lavoro medio giornaliero 12-13 ore al giorno, ma in compenso il 13 giugno del &#146;32 San Marino fu collegata a Rimini grazie all&#146;alto interessamento del conterraneo: Benito Mussolini. La pietra era salita al centro dell&#146;interesse del regime per la simbologia di potenza e di trionfo della romanicit&agrave; e per gli scalpellini la vita miglior&ograve;. Un ragazzo quindicenne, ad esempio riusciva a guadagnare 2 lire all&#146;ora, pi&ugrave; di 20 lire al giorno. Per comprendere appieno l&#146;importanza della ferrovia bisogna considerare la posizione altimetrica di San Marino, arroccata in un luogo non facilmente accessibile tra rupi verticali posti a dominio dell&#146;unica fascia pianeggiante che divide il nord dal sud Italia.</p>

<p>Le locomotive erano arrivate a Rimini gi&agrave; nel 1861, ma era rimasto impossibile per il vapore affrontare tali pendenze, anche la diligenza postale quando arrivava alle pendici del monte sostituiva i cavalli con i muli per affrontare la ripida salita. Solo la trazione elettrica pur con tornanti ed elicoidali riusc&igrave; ad arrivare ai 650 metri dell&#146;antico borgo, ma non prima di aver sacrificato nel suo percorso una cava di pietra per ottenere una pendenza pi&ugrave; favorevole.</p>

<p>Dopo solo dodici anni, il 2 giugno 1944, gli alleati con un pesante bombardamento riportarono tutto come prima. Nonostante la neutralit&agrave; di San Marino venne distrutta una buona parte della linee a valle ed alcuni treni. Un paio rimasero isolati per sempre, uno addirittura dato per disperso e ritrovato solo trent&#039;anni dopo dimenticato nel bel mezzo di una galleria e oramai ridotto a coltivazione di funghi. Con la caduta del fascismo l&#146;11 marzo 1945, il governo pass&ograve; al &#147;Comitato della Libert&agrave;&#148;, costituito da socialisti, comunisti e dai personaggi della lotta di liberazione che si impegn&ograve; nella ricostruzione, perch&eacute; pur non avendo partecipato al conflitto mondiale, la repubblica del Titano ne aveva per&ograve; subito i danni. Nel generale clima di rinascita, fu riattivata l&#146;attivit&agrave; della Cooperativa degli Scalpellini, distinta ora nelle due categorie: buona o media a seconda della qualit&agrave; raggiunta dagli appartenenti. Gli scalpellini venivano pagati a ore per i lavori eseguiti per conto dell&#146;Ufficio Tecnico, ma nel contempo, si accettavano anche lavori commissionati da privati e da Comuni italiani. Per il rilancio dei lavori privati nel 1948, fu allestita nelle sale del Palazzo Valloni la 1&deg; Mostra dell&#146;artigianato e dell&#146;industria sammarinese a cui parteciparono la &#147;Cooperativa degli Scalpellini&#148; con &#147;un artistico camino e gli scalpellini Romeo Balsimelli e Aldo Volpini, che esposero interessanti altorilievi in pietra.<br />
Nel periodo aument&ograve; la disoccupazione e ripresero le emigrazioni verso l&#146;Argentina, l&#146;America del Nord, la Svizzera, la Francia. Nel 1953 risultavano due soli uomini ufficialmente qualificati a far funzionare le due cave presenti nel territorio. La maggior parte dei marmisti e degli scalpellini era oramai occupata nelle fabbriche di cemento o nei cantieri dell&#146;Ufficio Tecnico. Nel 1956 i 6 o 7 scalpellini rimasti si trovarono nella situazione di non poter pi&ugrave; operare per gli alti costi dovuti all&#146;esaurimento delle cave, per la mancanza di giovani disposti a continuare il lavoro e per la volont&agrave; politica di puntare tutto sul turismo eliminando, quindi, ogni segno di escavazione.</p>

<p>Da allora le cave si sono trasformate in parcheggi tranne una delle pi&ugrave; piccole che continua l&#146;attivit&agrave; per garantire l&#146;opera di restauro. La tradizione continua anche in un cantiere scuola voluto, alla fine degli anni settanta, da Giuseppe Della Balda, discendente di uno scalpellino e Deputato ai Lavori Pubblici. Cos&igrave; non si disperder&agrave; l&#146;arte degli ultimi scalpellini superstiti anche se, l&#146;aiuto dei pi&uacute; moderni mezzi, toglie molto vigore all&#146;antica lotta dell&#146;uomo su una pietra ben intenzionata a resistergli.</p>

<p>Un documento per la storia<br />
fine ottocento - IL REGOLAMENTO DEGLI SCALPELLINI SAMMARINESI<br />
Art.1 Si c costituita fra gli scalpellini della Repubblica una Societ&agrave; Cooperativa allo scopo di assumere tutti i lavori governativi, riferentesi all&#146;arte marmorea, di qualunque entit&agrave; siano, e i non governativi paesani e forastieri quante volte torneranno convenienti<br />
Art.2 Essa nominer&agrave; ogni anno nel suo seno una commissione di 5 membri per fissare il prezzo delle fatture e per stabilire le tariffe d&#146;accordo coi sovventori di lavoro.<br />
Art.3 Nomina pure ogni anno tra i soci una commissione direttiva di 2 rappresentanti, con una percentuale da convenirsi, per affidare il mandato di acquistare e scegliere la pietra, di far lo spoglio dei lavori e i relativi riparti a seconda della capacit&agrave; di ciascun socio, di combinare e sorvegliare i trasporti, di comandare gli operai pi&uacute; idonei all&#146;assistenza della messa in opera, di verificare che il lavoro sia fatto ad uso d&#146;arte, di riscuotere e pagare, di firmare istrumenti ed ogni atto relativo alla Societ&agrave;. Cotesti due membri si controlleranno a vicenda, funzionando l&#146;uno da contabile, I&#146;altro da cassiere: daranno il resoconto alla fine di ogni lavoro ed avranno pari responsabilit&agrave; e pari indennizzo.<br />
Art.4 Il pi&uacute; del guadagno giornaliero, o meglio l&#146;utile netto, verr&agrave; diviso alla fine della lavorazione fra tutti i soci che abbiano lavorato, con una percentuale per ciascuno a seconda del lavoro eseguito, avendo cura nei lavori di importanza di rilasciare il 20% per il fondo di riserva.<br />
Art.5 Se un socio procura lavoro, e lo mette a disposizione della Societ&agrave; intera, avr&agrave; diritto ad una percentuale sugli utili.<br />
Art.6 Quando un socio avr&agrave; consegnato la parte di lavoro toccatagli, non avr&agrave; diritto nella medesima lavorazione ad altra parte.<br />
Art.7 Se un socio si ammala prima o durante il lavoro la sua parte verr&agrave; data a farsi ad altri; ed egli avr&agrave; diritto infine alla percentuale comune del guadagno, purch&eacute; giustifichi col relativo certificato medico la sua avvenuta malattia. <br />
Art.8 Se un socio si assenta dal Paese per un tempo indeterminato, durante una lavorazione in corso, non ha diritto di disporre della propria parte di lavoro a favore di terzi.<br />
Art.9 Se un socio o per negligenza o per trascuranza non compie a tempo il lavoro, questo gli verr&agrave; tolto o totalmente o in parte dalla commissione direttiva, e verr&agrave; distribuito fra gli altri. Se poi l&#146;operaio negligente movesse lamenti in proposito, verr&agrave; corretto a dovere e al caso anche depennato dalla Societ&agrave;.<br />
Art.10 I Capi Cava che realmente posseggono pietra da lavoro, potranno conservare il diritto, (finch&eacute; non si disporr&agrave; di una cava sociale) dell&#146;escavazione e della vendita della pietra, il cui prezzo sar&agrave; combinato dalla commissione direttiva volta per volta secondo la qualit&agrave; della pietra stessa purch&eacute; essi si obblighino di farla estrarre nel tempo prescritto dalla commissione. <br />
Art.11 Se qualche operaio disponesse di qualche mc. di pietra grezza, riconosciuta buona e adatta dalla direzione, verr&agrave; da questa comprata per la Societ&agrave;, purch&eacute; il venditore sia iscritto fra i soci.<br />
Art.12 La Societ&agrave; nominer&agrave; ogni anno nel suo seno 2 consulenti idonei a coprire l&#146;ufficio di Presidenza e di Segretariato, e risolvere qualsiasi pendenza e ad appianare ogni controversia che fosse per nascere tra i Soci.<br />
Art.13 Viene acquistata dai soci effettivi, scalpellini lavoranti, una cava sociale per il prezzo di L. 1000.<br />
Art.14 Per cui si contrae un debito di ugual somma nella locale Cassa di Risparmio, da estinguersi in rate, nel pi&uacute; breve tempo possibile, cogli utili netti ricavati dal lavoro. Mancando questi utili, ciascun socio sar&agrave; obbligato a concorrere con ugual somma per soddisfare l&#146;impegno assunto, salvo poi ad essere rimborsato in seguito qualora si verificassero gli utili suddetti. <br />
Art.15 Quando non ci fosse alcun utile per mancanza assoluta di lavoro, anche il socio emigrato, firmatario della scrittura, &egrave; tenuto a mandare la sua quota per far fronte alle rate dei pagamenti.<br />
Art.16 I Capi Cava non lavoranti non tranno vantaggi diretti dalla cava sociale, non avranno nessun obbligo di contribuire al pagamento della medesima; essi rimarranno SOCI puramente onorari.<br />
Art.17 Detratte le spese, il rimanente dell&#146;utile ricavato dalla cava sociale sar&agrave; erogato, fino a nuova disposizione, per costruire un fondo pro-cava e relativi attrezzi.<br />
Art.18 Quando il debito contratto sar&agrave; totalmente estinto, I&#146;utile netto verr&agrave; destinato come all&#146;art. 4 del regolamento.<br />
Art.19 In tutti i lavori la Societ&agrave; si servir&agrave;, per la pietra che le manca, di quelle cave in cui i padronali si obbligheranno di somministrarla al prezzo corrente.<br />
Art.20 Lavori governativi, per le fatture, verranno ripartiti in parti uguali a tutti i soci che li eseguiranno nel tempo determinato dalla Assemblea; in caso di negligenza verr&agrave; applicato l&#146;art. 9 del Regolamento.<br />
Art.21 Per i lavori di privati la Direzione provvede all&#146;esecuzione dei medesimi nel pi&uacute; breve tempo, senza addivenire ad un riparto fra tutti i soci. In caso di lavori d&#146;urgenza, nessun socio potr&agrave; rifiutarsi agli ordini della direzione e della commissione direttiva, le quali avranno piena. facolt&agrave; di scegliere quei soci che riterranno o pi&uacute; adatti o pi&uacute; idonei di lavorare a contratto e a giornata o pi&uacute; capaci per la caricazione .<br />
Art.22 La Direzione e la commissione avranno eziandio facolt&agrave; di combinare contratti di lavori particolari non superiori alla somma di L. 1000.<br />
Art.23 La Direzione da s&eacute; sola potr&agrave; assumere piccoli lavori fino all&#146;importo di L. 100.<br />
Art.24 Spetta alla Direzione e commissione di prendere a lavoro e di licenziare i picconisti e i braccianti occorrenti all&#146;escavazione della pietra.<br />
Art.25 Per gli incassi realizzati dalla vendita della pietra e dei sassi, per le spese e fattura dei lavori si adotteranno i bollettari gi&agrave; in uso in ogni amministrazione. In pari tempo la Direzione far&agrave; uso del giornale settimanale. <br />
Art.26 Ogni lavoro procurato da qualche socio dovr&agrave; essere definitivamente combinato dalla Direzione, che avr&agrave; cura di mettersi subito in diretti rapporti col mittente del lavoro stesso.<br />
Art.27 La commissione direttiva avr&agrave; cura di fare adottare il prezzo della fattura della Societ&agrave; anche agli altri Padronali, ai quali incombe pure l&#146;obbligo di fare i pagamenti ogni quindicina. E libero per&ograve; ciascun socio di lavorare sotto qualsiasi padronale, salvo nei casi in cui la Societ&agrave; non abbia bisogno dell&#146;opera sua come all&#146;art. 21.<br />
Art.28 Quel socio che accetter&agrave; di lavorare in altra cava senza farsi pagare a tenor di tariffa, sar&agrave; depennato dalla Societ&agrave; con la perdita di ogni diritto sul capitale sociale.<br />
Art.29 Se ad un socio occorresse qualche mc. di pietra grezza per suo uso privato, potr&agrave; acquistarla pel prezzo corrente dalla cava sociale<br />
Art.30 I picconisti ed i braccianti, adibiti alla cava sociale, saranno pagati a un tanto all&#146;ora, secondo la tabella dei prezzi fissati dall&#146;Assemblea. <br />
Art.31 Nel caso di inabilit&agrave; assoluta o di morte di un socio, entrer&agrave; nei suoi diritti e doveri qualch&#146;altro di sua famiglia; in mancanza di successore, sar&agrave; rimborsato della parte di capitale o il socio infermo o l&#146;erede prossimo. <br />
Art.32 Ogni nuovo socio dovr&agrave; pagare una tassa di amministrazione proporzionata al capitale di cui entrer&agrave; a far parte.</p>

<p>Giancarlo Lazzaroni<br />
Si ringrazia la sig.ra Giovanna Morganti (San Marino) per la documentazione fornita.</p>

<p>I riferimenti storici sono tratti dai libri:</p>

<p><strong>LE MANI E IL SASSO </strong><br />
di Maria Lea Pedini edito dalle edizioni AIEP di San Marino</p>

<p><strong>LA REPUBBLICA DI SAN MARINO. UNA STORIA MILLENARIA</strong><br />
di: Pierpaolo Guardigli, Gabriella Lorenzi, Massimo Montanari, Pierpaolo Poggi.<br />
edito da AIEP di San Marino<br />
Entrambi possono essere richesti a:<br />
AIEP Editore - via Gino Gacomini 110 - Repubblica di San Marino</p>

<p><strong>RIMINI - SAN MARINO IN TRENO</strong><br />
di Gian Guido Turchi - editrice ETR - Piazza Vittorio Emanuele 2 - Sal&ograve; BS</p>

<p>Le informazioni su San Marino sono state fornite da: State Tourist Office<br />
Palazzo del Turismo Contrada Omagnano 20 - San Marino - tel ..39/ 378/822400</p>]]></content:encoded>
			  	<dc:creator>REDAZIONE</dc:creator>
			  	<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 18:06:51 +0100</pubDate>
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			  	<category>ARCHITETTURA</category>
			</item><item>
			  	<title>SECONDA GARA CICLOARTISTICA A VOLTORRE</title>
			  	<description>Domenica 28 marzo 2010 alle ore 10:00 al Chiostro di Voltorre di Gavirate (VA) partir&agrave; la seconda edizione della gara cicloartistica organizzata dall&#146;associazione di promozione sociale Mosaico Progettuale.  
Si tratta di una gara in bicicletta non competitiva, con l&#146;obiettivo di allenare i partecipanti alla lettura del paesaggio del Lago di Varese e dei suoi dintorni, organizzata da Mosaico Progettuale, associazione nata nel 2008 su iniziativa dell&#146;architetto Valerio Cozzi per approfondire la cultura del paesaggio a partire dal territorio della Provincia di Varese.  </description>
			  	<content:encoded><![CDATA[<p>Voltorre, 28 marzo 2010. La prima edizione, tenutasi nel luglio 2009 per celebrare il centenario del Futurismo con un approccio dinamico e partecipativo alla lettura del paesaggio, ha avuto un buon riscontro di pubblico e ha iniziato molti dei partecipanti all&#146;anello ciclopedonale attorno al Lago di Varese. <br />
Arricchita quest&#146;anno dalla collaborazione della Lipu, la gara cicloartistica del 28 marzo intende aggiungere alle informazioni e agli stimoli della lettura del paesaggio anche quelli derivanti dalla conoscenza delle dinamiche ambientali del lago e della palude, attraverso un&#146;esclusiva visita guidata all&#146;oasi della Palude Brabbia. <br />
Con il Patrocinio della Provincia di Varese, del Comune di Gavirate e del Comune di Inarzo. Il ritrovo &egrave; fissato alle 9:30 al Chiostro di Voltorre, per la presentazione della giornata con un&#146;introduzione ai temi che verranno via via sviluppati ed arricchiti lungo il tragitto. Il percorso &egrave; quello della pista ciclopedonale del Lago di Varese, con una deviazione per l&#146;Oasi Lipu della Palude Brabbia. <br />
La partecipazione &egrave; gratuita a tutti coloro che si confermeranno alla mail info@mosaicoprogettuale.it e che si presenteranno muniti di bicicletta (suggerito anche pranzo al sacco) e di spirito di osservazione e di avventura. </p>

<p>Per ogni informazione visitare il sito <a href="http://www.mosaicoprogettuale.it">www.mosaicoprogettuale.it</a></p>]]></content:encoded>
			  	<dc:creator>REDAZIONE</dc:creator>
			  	<pubDate>Wed, 17 Mar 2010 11:24:27 +0100</pubDate>
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			  	<category>EVENTI</category>
			</item><item>
			  	<title>LE NOSTRE PIETRE SONO LA VOSTRA STORIA</title>
			  	<description>Abbiamo iniziato una nuova campagna di sensibilizzazione culturale sul valore delle pietre naturali intese come simboli dell'identit&agrave; di un luogo e delle genti che lo abitano.</description>
			  	<content:encoded><![CDATA[<p>(immagine: arabescato orobico grigio rosa)</p><p>La frase nelle due versioni &#039;I nostri marmi sono la vostra storia&#039;, &#039;le nostre pietre sono la vostra storia&#039;, intende essere declinata nello specifico luogo culturale e storico in cui vi trovate, la pietra di Credaro a Bergamo o il Serpentino in Valtellina, ma basta guardare gli edifici storici dei luoghi in cui vivete. Il fatto che le definiamo come &#039;nostre&#039; non deve essere inteso volgarmente di una espressione di possesso materiale ma si riferisce al nostro patrimonio storico architettonico collettivo, popolare. Per quanto il diritto di estrazione del marmo di Candoglia sia esclusivo della curia il suo colore bianco rosato &egrave; parte della storia di Milano.<br />
Sono nostre in quanto parti della nostra identit&agrave;, qualunque essa sia. Questo &egrave; il bello della pietra, siccome pesava - e pesa ancora - la si trasportava il meno possibile e si estraeva quella pi&ugrave; vicina un principio valido anche dal punto di vista ecologico perch&egrave; riduce i trasporti. Ogni citt&agrave; ha la sua pietra. Alcune ne hanno molte pi&ugrave; di una, adottate da millenni come simboli e ambasciatori della propria cultura sociale. <br />
Carrara e il suo bianco, Verona e il suo rosso. Ognuna legata sentimentalmente al proprio materiale. A Verona non ci sono dubbi su quale sia il pi&ugrave; bel marmo del mondo, come non ci sono dubbi che a Carrara non siano minimamente d&#039;accordo coi veronesi. In fondo &egrave; giusto che ogni innamorato straveda per la propria bella. Ma sono solo due esempi di un elenco sterminato.</p>

<p><a href="http://www.veromarmo.com/">www.veromarmo.com</a></p>]]></content:encoded>
			  	<dc:creator>REDAZIONE</dc:creator>
			  	<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 01:28:29 +0100</pubDate>
			  	<link>http://www.assomarmistilombardia.it/archive/index.php?id=183</link>
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			  	<category>ATTUALITA'</category>
			</item><item>
			  	<title>COME DISTINGUERE UNA PIETRA VERA DA UNA FALSA</title>
			  	<description>Le pietre naturali sono materiali considerati magici in molte civilt&agrave;, la Genesi richiede che l'altare sia un monolite di marmo (non granito) una specificazione seguita anche nelle chiese cristiane. I marmi puri al 100%, quelli perfettamente&nbsp;bianchi come il Carrara, sono dei cristalli ordinati di calcite che come tutti i cristalli vibrano all'unisono e infatti del buon marmo si dice che ha un suono metallico.
</description>
			  	<content:encoded><![CDATA[<p>(immagine: marmo rosso Asiago, il cugino di primo grado del rosso Verona)</p><p>Tutti i vari libri che analizzano il significato magico delle pietre dure per la gioielleria valgono naturalmente anche per lastre, blocchi e colonne di quei materiali. Normalmente si dividono tra pietre proiettive, maschili, come i quarzi (graniti, quarziti, serpentini, beole, gneiss che sono silicati di origine vulcanica) dalle pietre ricettive che sono i marmi, alabastri, travertini, arenarie e in genere tutte le rocce calcaree.&nbsp;<br />
Il lapislazzulo che viene associato ai re e al Divino dalla notte dei tempi viene utilizzato in collane e orecchini cosi come viene lavorato a lastre per i pochi che possono pavimentarsi una cucina o un bagno con quel blu. Dalla stessa cava afgana le parti migliori vanno in gioielleria, i blocchi venati di bianco vengono tagliati e lucidati come normali marmi.</p>

<p>L&#039;utilizzo di queste propriet&agrave; delle pietre attraversa tutti i tempi e le culture. Ad esempio l&#039;uso nobilitante fatto del porfido e del granito dagli egizi &egrave; stato ripreso da Napoleone nei tempi moderni.&nbsp;Nei secoli i falsari si erano limitati alle pietre preziose ma negli ultimi decenni l<strong>a presenza di falsi e imitazioni si &egrave; estesa anche alle pietre naturali utilizzate come materiali edili.&nbsp;Purtroppo vengono venduti come se fossero veri, senza farvi sospettare niente, </strong>e&nbsp;ci troviamo a dover dare indicazioni su come distinguere originale e falso.</p>

<p>Le pietre preziose false sono chimicamente analoghe a quelle vere e per questo spesso difficili da distinguere senza prove di laboratorio mentre - fortunatamente - le imitazioni dei materiali edili sono grossolane e facili da riconoscere anche a occhio nudo o al tatto perch&agrave;&nbsp;n&egrave; i gres n&egrave; le pietre ricostruite hanno chimicanente&nbsp;niente a che spartire con i marmi ed &egrave; abbastanza facile riconoscere il falso.</p>

<p>Naturalmente il falso non ha le stesse propriet&agrave; spirituali dell&#039;originale sia una gemma preziosa o un&#039;obelisco in granito. Altrimenti nello scettro d&#039;Inghilterra avrebbero messo un pezzo di vetro al posto del diamante &#039;Stella d&#039;Africa&#039; (il pi&ugrave; grande diamante tagliato del mondo con i suoi 530 carati). Ma gi&agrave; dai tempi egizi le bacchette magiche terminavano con una pietra proiettiva bianca e trasparente - quarzo - che per il suo colore neutro indica i quattro elementi insieme.</p>

<p><img src="http://www.assomarmistilombardia.it/articoli/admin/uploadpics/618ecd643e51cea.jpg" alt="" /></p>

<p>(immagine: Il vero marmo rosa Norvegia)</p>

<p><br />
<strong>METODI PER DISTINGUERE GLI ORIGINALI&nbsp; DAL GRES</strong><br />
Imitano i marmi, bianco Carrara per esempio, pietre, arenarie, ardesie e quarziti ma non i graniti di cui probabilmente non riescono a replicare la granulometria tipica.&nbsp;<br />
La ceramica nasce da silicati vitrificati per fusione, mentre il&nbsp;gres ceramico subisce una doppia fusione dei silicati. La tipica cromia viene simulata da coloranti chimici.&nbsp;</p>

<p>- I gres ceramici hanno un grado di riflessione vitreo datogli dai silicati del tutto diverso dai calcari che sono maggiormente opachi a causa del grado di riflessione dei cristalli di calcite che lo compongono.<br />
- Al tatto e al calpestio &egrave; meno pastoso di un marmo, cio&egrave; offre meno resistenza. <br />
- Nei gres non ci sono le trasparenze dei cristalli di calcite o quarzo, come non presentano&nbsp;opalescenza, iridescenza - prodotta da sottili pellicole di alterazione superficiale&nbsp; di ematite o pirite - la labradorescenza, causata da un fenomeno di smistamento tra albite ed anortite e della lucentezza.&nbsp;<br />
- Se percosso il suono di un marmo naturale non &egrave; vitreo ma varia dal metallico del buon marmo al suono sordo di una breccia calcarea.<br />
- Sono pi&ugrave; freddi al tatto delle ardesie, delle arenarie e delle pietre a spacco in genere.<br />
- Le venature vengono prodotte macchiando con pigmenti colorati la matrice omogenea ma non possono ripetere effetti cromatici troppo complessi, lineari o globulari, come quelli del rosso Verona o del rosa Norvegia e si concentrano sui marmi dal colore omogeneo come il Carrara.&nbsp;<br />
- Nel gres non ci sono fossili&nbsp; come nei marmi ammonitici, Aurisina, Lumachella, rosso di Arzo, rosso Verona, Black Fossil del Marocco... <br />
Infine, come suggerimento euristico, prestare attenzione alla provenienza della presunta pietra naturale. Siccome il centro mondiale della ceramica &egrave; conosciuto tutte queste localit&agrave; di provenienza del &#039;produttore&#039; della pietra naturale devono fare scattare ulteriori verifiche. Se volete essere certi di avere una vera pietra naturale chiedete ad uno dei nostri associati.</p>

<p><br />
<strong>METODI PER DISTINGUERE GLI ORIGINALI&nbsp; DALLA&nbsp;PIETRA RICOSTRUITA&nbsp;</strong><br />
Imitano la pietra naturale lavorata a spacco per i rivestimenti dei muri. Sono&nbsp;un reimpasto di pietra tritata - come la sabbia - tenuto insieme da malta portland - che si potrebbe chiamare banalmente cemento - colorato da ossidi di ferro (ruggine) per dare il colore giallo della pietra che vogliono imitare. Si autodefiniscono &#039;pietre ecologiche&#039; ma sono agglomerati cementizi colorati artificialmente secondo il colore di moda del momento. </p>

<p>- La finta pietra chiamata &#039;ricostruita&#039; &egrave; calda come il cemento al tatto, la pietra naturale &egrave; pi&ugrave; fredda.<br />
- Pesa di meno,&nbsp;<br />
- Come tutti i cementi non ha la durata della pietra e rilascia graniglia nel tempo perch&egrave; il collante - il normale cemento edile - si degrada. <br />
- E&#039; meno resistente e duro dei silicati. Quarziti, beole, graniti, serpentini e serizzi non possono essere rigati da una punta di acciaio come il cemento e anche i marmi hanno maggiore compattezza e non rilasciano graniglia (sabbia).<br />
- Non ha le venature sottili di marmi e pietre.<br />
- Se percossa ha un suono sordo.<br />
- Non ha lucidit&agrave; ne cristalli di quarzo o calcite nella sua struttura che sono invece visibili in gran parte delle vere pietre naturali.</p>

<p>Il cemento (e gli agglomerati in cemento genere) non ha assolutamente le doti strutturali di resistenza alla compressione, all&#039;usura, al gelo; ne le doti di durata delle pietre vere. Se poi li paragoniamo con le pietre particolarmente resistenti come il porfido o il serpentino danno un quadro abbastanza inglorioso per l&#039;aggregato artificiale. La vita di un manufatto in cemento si aggira sui 100 anni mentre le pietre che imitano sono gi&agrave; state stagionate dai 50 milioni di anni in su. I terrazzamenti della Valtellina, come le Piramidi, rimangono da millenni proprio per questo motivo. </p>

<p>In genere chiedete sempre che tipo di pietra si tratta, provenienza, la sua scheda tecnica, peso, resistenza alla compressione, flessione, usura e composizione chimica.</p>]]></content:encoded>
			  	<dc:creator>REDAZIONE</dc:creator>
			  	<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 15:25:50 +0100</pubDate>
			  	<link>http://www.assomarmistilombardia.it/archive/index.php?id=182</link>
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			  	<category>ARCHITETTURA</category>	<category>GEOLOGIA</category>	<category>CURA E RESTAURO</category>
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